lunedì 29 ottobre 2012

Il caseificio Sirdic

Mi è venuta questa fissa strana di provare a fare il formaggio. Qui, naturalmente dubito di poter trovare il caglio come si deve, ma posso arrangiarmi con mezzi di fortuna. Poiché è mia intenzione iniziare un programma di ricerca serio, decido di acquistare due contenitori uguali per poter provare, a parità di condizioni, due tipi di caglio diversi: il limone e l'aceto di riso. Avendo trovato da qualche parte una ricetta che consiglia di mettere il latte a circa 37 gradi, i contenitori sono di plastica, acquistati al 100 yen shop.

Compro quindi un litro di latte intero,dei limoni e torno a casa. Eccoli.
Prima di iniziare vado a ripassarmi la ricetta che avevo trovato su internet, ma nel frattempo mi imbatto in un'altra ricetta secondo la quale il latte si può portare ad alta temperatura in un pentolino.
Accantonati i due contenitori appena comprati, decido di seguire quest'ultima ricetta, seppure con proporzioni libere. Prendo quindi 600ml di latte e li metto in un pentolino con 5ml di succo di limone. Gli altri 400ml li tengo da parte per rimediare a eventuali errori.
Mentre travaso il latte mi accorgo che ci sono già dei grumi. Promette bene. Poi accendo il fuoco e mescolo di tanto in tanto.
Per farla breve, il latte non caglia, ma si formano al massimo dei piccoli grumi. Aggiungo aceto, ma niente. Aggiungo altro limone, niente. Vado a rivedere la ricetta e scopro che il limone andava aggiunto a latte già caldo. Preso atto dell'errore, ripeto l'esperimento con i restanti 400ml.
Stavolta il latte caglia subito, e lo posso travasare in un piccolo colino, dove lo scolo e lo presso.
Decido di riutilizzare il latte dell'esperimento fallito aggiungendoci altro limone provando a vedere cosa succede, ma prima che possa aggiungere il limone, una volta messo al fuoco, caglia istantaneamente.
Ripeto quindi l'operazione e ottengo queste piccole formine di simil-ricotta, dal sapore di limone, che mi spazzolo con aggiunta di miele.

Il giorno dopo mi organizzo meglio.
Compro due litri di latte.
Uno sarà per il formaggio, che intendo pressare bene e poi salare.
L'altro sarà per la ricotta, che ricaverò dal siero rimasto dalla prima cagliata.

Costruisco uno stampo bucando in tanti punti un bicchiere di carta spessa.

Ripeto l'esperimento. Porto il latte in temperatura, e aggiungo il succo di limone a cucchiaini da 1.25ml l'uno.
Perdo il conto di quanti ce ne vogliono, ma mi pare di mettercene circa 12, in pratica un piccolo limone intero, prima di assistere al fenomeno della cagliata.
Metto la cagliata nello stampo,
ma mi accorgo che i buchi nella carta non sono sufficienti a far scolare il siero.
Quindi cerco di allargarli con il coltello e presso con un bicchiere, ma  con scarsi risultati; anzi, il bicchiere si ammorbidisce e dopo un po' diventa inutilizzabile e devo sostituirlo.
Ne preparo un altro in fretta e furia e ci travaso l'impasto. Quando anche questo bicchiere è andato, ne preparo un terzo. A furia di maneggiare la pasta, stanno iniziando ad appiccicarcisi peli di maglione e briciole di altra roba, quindi decido di tenere l'impasto così.
Anche stavolta, non avendo potuto pressare bene, il risultato è simile alla ricotta, con la differenza che il giorno prima aveva una forma migliore. Ma è buona comunque, sempre col miele.
La cena è servita, ma non finisce qui. Comprerò uno stampo più duro e l'avrò vinta.

sabato 15 settembre 2012

Il bento aziendale

Se devo essere sincero farei volentieri a meno della cucina giapponese autentica, soprattutto le sue espressioni nel bento aziendale da meno di 400 yen.
Ecco cosa mi sono ritrovato l'altro giorno a pranzo.
 In senso orario: Una specie di poltiglia di capesante con besciamella e formaggio, cazzo, immangiabile; quegli orribili pickles agro-dolci-salati, non si capisce neanche che sapore sia, sono veramente orribili; una specie di kimchi, ma fatto alla maniera giapponese con quintali di zucchero, una specie di insalatina con sopra un viscido sashimi konnyaku, che un tempo mangiavo ma ora non più; la carne bovina cucinata alla loro maniera con le cipolle, e una crocchetta di curry che se non ricordo male è l'unica cosa che ho mangiato.
Sulla sinistra il riso con l'umeboshi, una delle cagate più orribili che ci siano, forse preferirei trovare uno scarafaggio dentro il riso.
Dopo qualche giorno ecco cosa mi è toccato.
La solita carne riciclata dalla volta prima; un po' di tempura, di cui avevo mangiato solo il gambero, ma rimaneva l'okra; sotto la tempura c'è una specie di stufato con uovo e zucchero, cazzo. Poi quella specie di poltiglia in basso a destra contiene arselle, piselli, mais, amido e forse formaggio; poi ci sono i soliti pickles e l'insalatina di konnyaku che stavo spiluccando ma non sono andato oltre.
Poi anche il riso con umeboshi, naturalmente.
Avevo un pacco di patatine nel cassetto e me lo sono mangiato a pranzo, tra gli sguardi curiosi dei colleghi.

Zucca all'olio aglioso

Il mio collega Jun mi ha regalato due teste d'aglio enormi. Pare che qualche parente gliene abbia rifilato una vagonata, quindi Jun ha passato tutto il giorno a farsi qualche conserva ma essendogliene avanzato ancora l'ha rifilato volentieri a me, che l'ho accettato altrettanto volentieri.
Allora ho pensato bene di farmi le chips di aglio, affettandolo sottile e facendolo soffriggere nell'olio d'oliva. 
Ma mi è avanzato dell'olio nella padella, mi sembrava un peccato buttarlo e allora ho pensato a questa zucca che nel frattempo, improvvisando qualcosa da mangiare, avevo messo un po' al microonde.
Quindi mi è venuta l'idea di far soffriggere la zucca nell'olio che aveva preso il sapore dell'aglio. Peccato che non potevo trattenerla troppo sul fuoco perché era già cotta.
Poi ci ho messo un po' di sale e anche una spruzzata di aceto balsamico.
Il sapore.........una merda. Uno straccio imbevuto di olio di macchina.

giovedì 3 maggio 2012

Yoshizo cafe

Siamo dalle parti di Mitake, dopo Oume, dirigendoci verso la cable car che, inerpicandosi sul fianco della montagna, ci porterà alla meta che non ho mai capito quale sia, ma ci sta un tempio dove tutti portano i cani a pregare per la loro salute e delle zone panoramiche, diciamo. Ma bando alle ciance. Il pranzo si tiene in questo bellissimo posto.
Tra gli antipasti arriva un crostino con fegato di pollo e marmellata di prugne, immangiabile. Gli altri due erano buoni.
Ma il piatto forte è la pizza. Dicono che sono fieri della loro pizza perché si fanno arrivare la mozzarella dall'Italia.
Poi però metà della pizza è con maionese al posto del formaggio.
Inoltre portano condimento: sale, olio d'oliva e aceto balsamico. Così, nel caso la pizza non fosse molto saporita.
 Vabe'. Amen.

mercoledì 22 febbraio 2012

Ramen Menzo

Oggi mi sono defilato dalla ditta per andare a una riunione di un comitato di cui faccio parte, uno di quei comitati in cui si decidono le sorti del Giappone. Per pranzo dovevo rifarmi dalla delusione dei ramen di Kashimaya, e quindi avevo deciso di tornare da Daijo. Non ricordo se ho parlato dei ramen Daijo, ma in questo periodo sono un po' troppo impegnato perché sto cercando di organizzare la mia dipartita da questo luogo di perdizione.  Ma dobbiamo parlare dei ramen Daijo.
Il locale era pieno e non sono entrato. Allora parliamo dei ramen Menzo, il locale dove ho ripiegato. Era la seconda volta.
Quasi contemporaneamente è entrata una signorina niente male con i capelli rossi, accompagnata da una signora giapponese sulla sessantina che forse doveva essere la suocera o la nonna adottiva.
Ero troppo interessato a controllare se la rossa era capace di risucchiare i ramen correttamente, perciò mi sono girato dalla sua parte e l'ho osservata tutto il tempo.
Non aveva lo stile tipico dei giapponesi che mangiano, ma risucchiava i ramen con uno stile che ricordava qualcos'altro in cui doveva essere molto più esperta. Non volevo scriverlo per forza, ma era proprio così.
Dei miei ramen non me ne fregava più niente; ricordo solo che non mi sono piaciuti come l'altra volta e che non mi sono bastati, tanto che ho dovuto compensare con due tramezzini e un gelato.
Per la cronaca, la foto è questa. Trattasi di miso ramen.

giovedì 9 febbraio 2012

Kashimaya ramen

Torno dalla ditta con i crampi allo stomaco e non ce la farò mai ad arrivare a casa vivo se non mangio prima.
In testa ho solo i ramen di Matsunamiya, verso il quale mi dirigo con la bava alla bocca.
Ma sorpresa, il department store che lo ospita oggi è chiuso. Di giovedì. Strani casi della vita.
Nel cercare un'alternativa valida, vado a zonzo per quel di Tsurumi fino a quando non mi imbatto in un locale che fa al caso mio:
Kashimaya ramen.
Entro.
Il tipo dietro il banco, un giovanotto che sembra cinese con le meches nei capelli, non si degna di dire il saluto canonico. Poi gli do il bigliettino che ho comprato nella macchinetta, e lui risponde con un mugugno. Mi ricorda vagamente Gnì.
Vabbe', sarà così fiducioso nella bontà dei suoi ramen che si può permettere di fare l'antipatico.
Non so ricordo più come si chiamava quello che ho preso, comunque eccolo qua.
Bello, vero? Sembra buono?

Il brodo non sa di un cacchio. Acqua sporca  Mai mangiato prima d'ora una cosa così insignificante. Non solo, ma i ramen sono pure scotti.
Cerco di correggere l'intruglio aggiungendo un po d'aglio
Ma non basta, quindi aggiungiamo quel coso rosso piccante di cui ignoro l'identità perché non lo uso mai, ma forse è il kochujan.
Facendo la foto mi distraggo e mi cade il cucchiaino dentro il brodo. Ma io mi prendo le mie responsabilità e lo rimetto nel vasetto facendo finta di niente.
A questi ramen non basta neppure renderli piccanti per fargli rasentare la decenza. Allora proviamo con un po' di pepe.
Niente. L'unica cosa che rimane qui è la salsa di soia.
Ora i ramen continuano a essere cattivi, ma almeno sanno di qualcosa di diverso dall'aria compressa.
Li finisco cercando di non pensarci troppo, poi per un eccesso di gentilezza rimetto la ciotola sul banco e pulisco quello che ho sporcato. Dico "Gochisousama" all'uomo dietro il banco, che stavolta è un uomo di mezza età, senza ottenere risposta.
Uscendo avrei voglia di sbattere la porta, che purtroppo è scorrevole e automatica.
Ma mai più in questo locale. Never again.

giovedì 19 gennaio 2012

Ramen Raion

Oggi, uno di quei giorni che devi andare da solo a un seminario nel pomeriggio, ti defili dall'azienda il più presto possibile, con la scusa che il posto è lontano. Vai a cazzeggiare in libreria, nel parco, nella shoutengai. E poi te ne vai a mangiare i ramen.
Questi Raion Ramen fanno proprio al caso mio. Da fuori il locale ispira, sbirciando dentro si capisce che è abbastanza affollato, segno che si mangia bene.
Entro e mi prendo il bigliettino prepagato alla solita macchinetta automatica.
Lo chef consiglia Makanai Ramen, al modico prezzo di 1000 yen. Eccheccavolo. Ma uno vale l'altro, non ho voglia di stare tre ore a scegliere, poi devo fare il figo che ordino piatti costosi, e Makanai sia.
Porto il bigliettino all'uomo dietro il banco. Questo impallidisce e tentenna all'idea di dover parlare con un muso bianco. Il porco, dopo qualche esitazione, si rivolge a me parlandomi come se fossi un idiota.
"Tu come li volere i ramen, regular oppure....oppure..." e con le mani indica la grandezza di un cazzo di cavallo.
"In che senso regular? Lunghezza? Durezza?"
"Quantità."
"Allora porzione abbondante."
Per colpa di questo idiota mi sono messo a parlare di cazzi dove non ce ne sarebbe bisogno. Ora il primo difetto che trovo lo disintegro.
Ma per fortuna si è accorto che sono capace di comunicare anche senza ricorrere ai gesti, e le poche comunicazioni che restano si svolgono senza intoppi.
Ecco i tanto desiderati ramen da 1000 yen.

Presenza abbondante di carne, i soliti menma, mais, nori, uovo e germogli di soia spruzzati di pepe.
La carne è buona.
La zuppa, dio, no. Sarà che sono ancora incazzato con quel porco, ma ha un sapore innaturale, chimico. Forse il gelato al puffo, che non ho mai mangiato, ha un sapore del genere.
Accanto a me si siede un signore e l'uomo chiede i ramen al dente. E a me quell'opzione il porco non me l'aveva mica offerta, e i miei ramen sono mezzo scotti. Vada a quel paese.
Finisco di mangiare utilizzando questo cucchiaio bucato che che ha lo scopo di raccogliere i piccoli pezzi solidi scolando quella merda di brodo, e me ne vado al seminario.
Mi aspetta un pomeriggio di noia, leggiucchi i documenti, ascolti ogni tanto, ma fondamentalmente ti fai gli affari tuoi pensando alla cena che cancellerà il ricordo di quel brutto pranzo rimasto sullo stomaco.

martedì 10 gennaio 2012

Trans Korean Food

Giorno 9 gennaio, lunedì, festa nazionale per ricordare tutti i baldi giovani che diventano maggiorenni, e potranno così coronare il loro sogno, covato da vent'anni, di ammazzarsi di sigarette e alcool. L'indomani è martedì, ma dieteticamente è come se fosse lunedì e quindi, come già detto più volte, mi devo rimpinzare di roba coreana per dar manforte a un alito troppo tollerabile.
Siamo in quattro e il locale prescelto è una delle solite trattorie coreane, una di quelle dove non sono mai andato. Fa bene ogni tanto cambiare.
Arrivano gli antipastini gratuiti. Tre piattini contenenti kimchi, poi quella cosa che non mi ricordo mai come si chiama bagnata nel kochujan, e tre, 3 fettine di renkon ossia radice di loto, nonostante siamo in quattro. Tutto qui? Solitamente gli antipasti sono abbondanti. Che tirchi.
Ordiniamo yakiniku con il suo corredo di sanchu, la lattuga, e un chijimi alle verdure.
Eccoli

La proprietaria del locale, supponiamo che sia una donna perché sembra un trans, ci vuole assolutamente insegnare il modo corretto di mangiare i suddetti, nonostante siamo già più che navigati. Prende subito dei pezzi di chijimi con le mani e li butta nel condimento, ecco perché nella fotografia non compare intero.
Poi prende una foglia di lattuga, ci mette un pezzo di carne arrosto, il miso, l'insalatina di cipolla, una fetta d'aglio, poi mi chiede se mi piace la roba piccante e alla mia risposta positiva ci mette il peperoncino, fa l'involtino con le mani e me lo ficca in bocca.
Per la prima volta in vita mia vedo una cameriera di un ristorante che imbocca il cliente con le mani nude.
Beh ero un po' disabituato al calore umano, vivendo nel paese dove il cameriere è un mestiere che potrebbe fare tranquillamente un robot.
Quando nel piatto di chijimi rimane solo un pezzo, la padrona lo prende con le mani e lo butta nel piatto di uno di noi prima di ritirare il piatto di portata. Mi è sempre più simpatica, ma meglio bere in fretta la birra che rimane prima che me la porti via.
La cena si conclude con un Keranchim e un Miso-chige


Il cibo comunque è straordinariamente buono, soprattutto il chijimi. Complimenti al cuoco e al simpatico trans.
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