venerdì 25 marzo 2011

In carestia

Proviamo a farci un giretto al supermercato adesso, dieci giorni dopo il grande terremoto. Non si trova il pane, o meglio quelle porcherie che loro chiamano pane, che vanno dal pancarrè alle merendine dolci. Non si riesce a trovare una maledetta batteria, e presto rimarrò senza la batteria per accendere il fuoco nel fornello a gas. All'idea di non trovare le pile per la radiolina mi sono già rassegnato da tempo. Non si vedono più in giro le maledette casalinghe che escono dal supermercato trasportando a casa due pacconi di carta igienica a testa, ma solo perché la carta igienica è già finita. Razziata anche quella. Stamattina nel convenience store vicino alla ditta iniziavano a scarseggiare pure gli snack, i senbei e le patatine fritte.
Signori, a Tokyo c'è la carestia. Chi lo avrebbe mai detto? Colpa di poche persone che hanno paura di diventare terremotati o rifugiati atomici: comprano, comprano e la carestia arriva davvero.
Ma non tutto manca. I banchi di verdura sono belli pieni di roba, e il sospetto è che che molti la snobbano per paura delle radiazioni, ripiegando sulle più salutari patatine fritte.
Oggi volevo mangiare pesce, e anche di pesce c'era una vastissima scelta, MA... Leggendo l'etichetta si scopre che i sanma sono pescati a Chiba, distante troppo poche centinaia di km dalla centrale di Fukushima, quindi meglio non comprarli per non scatenare le ire della mia dolce metà che ieri si è tanto prodigata a comprare verdura prodotta il più lontano possibile dalla centrale. Poi c'erano altri pesci di vari tipi, ma o non mi ispiravano o erano anche loro pescati in zone "pericolose". E infine c'erano degli aji aperti e essiccati, in confezione da due, senza indicazione sulla provenienza. Li compro, non saranno mica radioattivi pure questi, e poi i pesci dell'Oceano sono pelagici, non vivono in tana, e anche se li avessero pescati in Olanda non si può escludere che una settimana fa fossero proprio a Fukushima.

Arrivo a casa prima della mia dolce metà e, da bravo maritino, penso a cosa preparare da mangiare oltre naturalmente ai pesci suddetti. Arriva una mail al telefonino. E' lei.
"Cosa mangiamo a cena?"
"Ho comprato due pesci, poi c'è la verdura che hai comprato ieri e possiamo fare il riso che mi ha regalato Neko."
"Dove sono stati pescati quei pesci?"
"Non lo so, non c'è scritto."
"Guarda bene, ci sarà scritto."
L'etichetta l'avevo guardata bene e non c'era scritto nulla, ma decido di guardare ancora una volta. Nulla. Poi mi viene un dubbio, giro la confezione e scopro che c'è un'altra etichetta nel retro, in cui sta scritta la provenienza del pesce. Iniziano a venirmi le convulsioni al pensiero della cazziata che mi aspetta. Faccio due respiri profondi, e con la mano tremante digito la risposta.
"Chiba."

***

I due poveri pesci sono morti inutilmente e, a meno che non trovi l'occasione di mangiarmeli privatamente, giaceranno in frigorifero in attesa del giorno del ritiro dei rifiuti. Dannati giapponesi paranoici. Ora, tra il cibo che non si trova e quello abbondante, ma presunto radioattivo, non si capisce più cosa si possa mangiare. Fra un po' a Tokyo si morirà di fame.

E in vista dei tempi in cui il Giappone sarà una landa deserta, abitata da mutanti e forme mostruose, forse toccherà anche a noi iniziare a esplorare le nuove frontiere dell'alimentazione.

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