domenica 28 luglio 2013

Sappari

Quando per qualche motivo sono costretto ad andare alle terme, ho il terrore di due cose:
1) La vista degli immondi cazzetti schifosi altrui, da cui si staccano peli che trasportati dalle onde mi arrivano addosso;
2) Quello che mi porteranno da mangiare.
Il primo problema si risolve prenotando una suite con il bagno termale in camera, a costi non proprio economici.
Al secondo problema non c'è rimedio.
Vediamo cosa potrebbe capitare quando si va in un posto che serve cibo tradizionale. Qui siamo in località Akayu, prefettura di Yamagata.

Antipasti. A destra un bicchierino di un aperitivo indefinibile, rosa, gassato, non alcolico, boh. Bevibile comunque.
Al centro , dall'alto in senso orario:
Konnyaku condita con quello che dicono essere miso. Al palato si sprigiona un fetore di natto che mi costringe a svuotare da subito il bicchiere di birra che ho sul tavolo per non sputare quella schifezza.
Proseguendo abbiamo due pezzetti di anguilla. Già non mi piace perché è troppo grassa per i miei gusti, ma da come è cucinata questa suppongo sia stata bollita nello zucchero. Finito l'altro mezzo bicchiere di birra.
Infine dei pezzetti di non so cosa, dal sapore nullo, forse servono per pulirsi la bocca.
A sinistra un pomodoro ripieno di una specie di schiuma rosa ghiacciata che ha meno sapore del pomodoro stesso. Sappari, direbbero. Cioè dal sapore delicato. Comunque si può mangiare ed è già qualcosa.
Sashimi. non può mancare mai in questi centri termali. Questo me lo mangio, come sempre a modo mio, cioè usando tutta la salsa di soia e tutto il wasabi disponibile. Questo mio modo di mangiare il sashimi (e il sushi) mi procura varie sgridate da parte dei giapponesi, che sostengono che così non sento il sapore del pesce. Mbè? A me piace il wasabi e la salsa di soia, e poi quando sto per finire di masticare il pesce si sente lo stesso.
 Zuppetta di brodo diluito su cui galleggia un pezzo di mummia di pesce dolce condita con prugna, vegetale di cui auspico l'estinzione almeno in Giappone. Sappari pure questo.
La prefettura di Yamagata è famosa per il suo manzo, che viene venduto a prezzi assurdi. Ora io non me ne intendo affatto, ma suppongo che sia qualcosa di simile al manzo di Kobe. Eccolo qua, e qui non ho lamentele da fare, è superbo. Non c'entra niente con tutto il resto, ma per una volta ne sono lieto.
Un piatto così prelibato deve essere accompagnato da un ottimo bicchiere di vino rosso. Chef, mi porti la carta dei vini.
Ci sono solo vini giapponesi. Yamagata è famosa anche per i vini, oltre che per il manzo. Certo a uno viene da chiedersi come sia possibile che riescano a fare buoni vini in Giappone, con quel clima umido e nel caso di Yamagata pure freddo; eppure, conoscendo l'impegno profuso nelle attività in cui si cimentano, non si può non dargli fiducia. Anche perché a 630 yen al bicchiere si può gustare anche un Amarone in certi wine-bar di Tokyo. Assaggiamo quindi, carichi di aspettative, questo buon vino giapponese. Dopo una breve consultazione con la cameriera che non sa cosa consigliarmi, decido per un rosso della cantina Oura.

Il bicchiere di vino, molto più piccolo di quanto appare dalla foto, arriva a temperatura di frigorifero. Notare la condensa. Lo farei bere alla cameriera, ma non ho voglia di litigare e ormai assaggio.
Yamagata Wine. Potete farlo anche voi spremendo un grappolo di uva da tavola e lasciando fermentare il mosto in cameretta. Viene molto sappari, come piace a loro. Signor Oura, vedo che ti cimenti dal 1939 nella produzione vitivinicola. Potrei suggerirti di coltivare riso o granturco?

La cena non finisce qui, ma arriva questo sushi di manzo non commentabile.
E poi un ayu mangiatutto, un panetto di paté di edamame, quella carne di anatra e una mini pesca verde. La pancia dell'ayu è piena di roba nera, non so come faccia a definirsi mangiatutto essendo grandetto e sapendo che questi pesci mangiano anche vermi e insetti.
Gamberone con verdure bollite, tutto adagiato in un fondo di acqua fredda. Non brodo, proprio acqua fredda. Estremizzazione del concetto del sappari.
Mi ritiro dopo cena con lo stomaco ancora mezzo vuoto e estremamente deluso. Finito qui? No, l'indomani c'è la colazione.
Umeboshi con pickles: nulla di tutto ciò è mangiabile.
Vediamo più da vicino questa leccornia.
Poi abbiamo questo assortimento di roba varia. Dentro la busta di plastica c'è una fetta di salmone arrosto, l'unica cosa mangiabile insieme al prosciutto se si cerca di non badare troppo allo zucchero che ci hanno messo.
 
Chi non sbaverebbe di fronte a questo squisito bollito dolce? 
 Il dessert segna la fine delle sofferenze. Anguria, melone e annin-doufu che per fortuna mi piace.
Sono contento per chi ritiene questa cucina tra le migliori del mondo. A me date pure un panino con mortadella.


Izu

"Il fantastico mondo di Sirdic" è temporaneamente in vacanza, vacanza che nelle mie intenzioni non sarà eterna anche perché ho un sacco di altre storielle da raccontare. Ma i tentativi di fuga da questo posto, e la dipendenza da Candy Crush Saga, mi tengono momentaneamente lontano dal blog.
Ora che sono in attesa che gli amici mi sblocchino il prossimo episodio, racconto due storielline. La prima è la presente ed è intitolata "Izu".
Il titolo è dovuto al non sapere che titolo dare a questo articolo, che quindi prenderà il nome del posto dove si svolgono i fatti.
Izu, prefettura di Shizuoka, uno dei tanti centri termali dove ogni tanto mi tocca andare.
Albergo di aspetto interessante, eccolo:
Andiamo direttamente al sodo con il menu della cena, qui riportato per chi sa leggere.

Sembra che per far sembrare il menu più lungo mettano il nome di ogni singolo antipasto che portano; quindi, invece di scrivere "antipasto misto", scrivono quattro righe ognuna per le cosine qui sotto:
Che dai, non erano male.
Poi arriva l'immancabile sashimi, anche se questo dovrebbe essere un menu occidentale, ma vabbe'.
 Gambero saltato:
Questo dovrebbe essere il piatto forte, cioè bistecca di manzo. Devo dire che inaspettatamente sanno cucinare la carne.

Ma non condivido altrettanto il gusto nell'abbinamento dei piatti, come testimonia questo riso ai gamberetti che arriva insieme alla carne. 
 E poi questa zuppetta di alghe, servita in una scodella insolitamente alta e stretta
 e dall'equilibrio molto precario:
 Colpa anche delle decorazioni a forma di figa che mi hanno distratto.
 Mi consolo con il caffè
 Macedonia di frutta, mangiata malvolentieri perché non mi piace, e gelato al tè verde.
La scelta di questo albergo è stata dettata dalle recensioni estremamente positive. Tutto sommato sì, sono d'accordo, a parte per i camerieri estremamente rompicoglioni nel tentativo di farsi credere attenti. E quando il cibo è simil-occidentale si riesce pure a mangiare bene, a differenza dei posti tradizionali che sono un vero inferno. Ma ne parliamo la prossima puntata.

lunedì 29 ottobre 2012

Il caseificio Sirdic

Mi è venuta questa fissa strana di provare a fare il formaggio. Qui, naturalmente dubito di poter trovare il caglio come si deve, ma posso arrangiarmi con mezzi di fortuna. Poiché è mia intenzione iniziare un programma di ricerca serio, decido di acquistare due contenitori uguali per poter provare, a parità di condizioni, due tipi di caglio diversi: il limone e l'aceto di riso. Avendo trovato da qualche parte una ricetta che consiglia di mettere il latte a circa 37 gradi, i contenitori sono di plastica, acquistati al 100 yen shop.

Compro quindi un litro di latte intero,dei limoni e torno a casa. Eccoli.
Prima di iniziare vado a ripassarmi la ricetta che avevo trovato su internet, ma nel frattempo mi imbatto in un'altra ricetta secondo la quale il latte si può portare ad alta temperatura in un pentolino.
Accantonati i due contenitori appena comprati, decido di seguire quest'ultima ricetta, seppure con proporzioni libere. Prendo quindi 600ml di latte e li metto in un pentolino con 5ml di succo di limone. Gli altri 400ml li tengo da parte per rimediare a eventuali errori.
Mentre travaso il latte mi accorgo che ci sono già dei grumi. Promette bene. Poi accendo il fuoco e mescolo di tanto in tanto.
Per farla breve, il latte non caglia, ma si formano al massimo dei piccoli grumi. Aggiungo aceto, ma niente. Aggiungo altro limone, niente. Vado a rivedere la ricetta e scopro che il limone andava aggiunto a latte già caldo. Preso atto dell'errore, ripeto l'esperimento con i restanti 400ml.
Stavolta il latte caglia subito, e lo posso travasare in un piccolo colino, dove lo scolo e lo presso.
Decido di riutilizzare il latte dell'esperimento fallito aggiungendoci altro limone provando a vedere cosa succede, ma prima che possa aggiungere il limone, una volta messo al fuoco, caglia istantaneamente.
Ripeto quindi l'operazione e ottengo queste piccole formine di simil-ricotta, dal sapore di limone, che mi spazzolo con aggiunta di miele.

Il giorno dopo mi organizzo meglio.
Compro due litri di latte.
Uno sarà per il formaggio, che intendo pressare bene e poi salare.
L'altro sarà per la ricotta, che ricaverò dal siero rimasto dalla prima cagliata.

Costruisco uno stampo bucando in tanti punti un bicchiere di carta spessa.

Ripeto l'esperimento. Porto il latte in temperatura, e aggiungo il succo di limone a cucchiaini da 1.25ml l'uno.
Perdo il conto di quanti ce ne vogliono, ma mi pare di mettercene circa 12, in pratica un piccolo limone intero, prima di assistere al fenomeno della cagliata.
Metto la cagliata nello stampo,
ma mi accorgo che i buchi nella carta non sono sufficienti a far scolare il siero.
Quindi cerco di allargarli con il coltello e presso con un bicchiere, ma  con scarsi risultati; anzi, il bicchiere si ammorbidisce e dopo un po' diventa inutilizzabile e devo sostituirlo.
Ne preparo un altro in fretta e furia e ci travaso l'impasto. Quando anche questo bicchiere è andato, ne preparo un terzo. A furia di maneggiare la pasta, stanno iniziando ad appiccicarcisi peli di maglione e briciole di altra roba, quindi decido di tenere l'impasto così.
Anche stavolta, non avendo potuto pressare bene, il risultato è simile alla ricotta, con la differenza che il giorno prima aveva una forma migliore. Ma è buona comunque, sempre col miele.
La cena è servita, ma non finisce qui. Comprerò uno stampo più duro e l'avrò vinta.

sabato 15 settembre 2012

Il bento aziendale

Se devo essere sincero farei volentieri a meno della cucina giapponese autentica, soprattutto le sue espressioni nel bento aziendale da meno di 400 yen.
Ecco cosa mi sono ritrovato l'altro giorno a pranzo.
 In senso orario: Una specie di poltiglia di capesante con besciamella e formaggio, cazzo, immangiabile; quegli orribili pickles agro-dolci-salati, non si capisce neanche che sapore sia, sono veramente orribili; una specie di kimchi, ma fatto alla maniera giapponese con quintali di zucchero, una specie di insalatina con sopra un viscido sashimi konnyaku, che un tempo mangiavo ma ora non più; la carne bovina cucinata alla loro maniera con le cipolle, e una crocchetta di curry che se non ricordo male è l'unica cosa che ho mangiato.
Sulla sinistra il riso con l'umeboshi, una delle cagate più orribili che ci siano, forse preferirei trovare uno scarafaggio dentro il riso.
Dopo qualche giorno ecco cosa mi è toccato.
La solita carne riciclata dalla volta prima; un po' di tempura, di cui avevo mangiato solo il gambero, ma rimaneva l'okra; sotto la tempura c'è una specie di stufato con uovo e zucchero, cazzo. Poi quella specie di poltiglia in basso a destra contiene arselle, piselli, mais, amido e forse formaggio; poi ci sono i soliti pickles e l'insalatina di konnyaku che stavo spiluccando ma non sono andato oltre.
Poi anche il riso con umeboshi, naturalmente.
Avevo un pacco di patatine nel cassetto e me lo sono mangiato a pranzo, tra gli sguardi curiosi dei colleghi.

Zucca all'olio aglioso

Il mio collega Jun mi ha regalato due teste d'aglio enormi. Pare che qualche parente gliene abbia rifilato una vagonata, quindi Jun ha passato tutto il giorno a farsi qualche conserva ma essendogliene avanzato ancora l'ha rifilato volentieri a me, che l'ho accettato altrettanto volentieri.
Allora ho pensato bene di farmi le chips di aglio, affettandolo sottile e facendolo soffriggere nell'olio d'oliva. 
Ma mi è avanzato dell'olio nella padella, mi sembrava un peccato buttarlo e allora ho pensato a questa zucca che nel frattempo, improvvisando qualcosa da mangiare, avevo messo un po' al microonde.
Quindi mi è venuta l'idea di far soffriggere la zucca nell'olio che aveva preso il sapore dell'aglio. Peccato che non potevo trattenerla troppo sul fuoco perché era già cotta.
Poi ci ho messo un po' di sale e anche una spruzzata di aceto balsamico.
Il sapore.........una merda. Uno straccio imbevuto di olio di macchina.

giovedì 3 maggio 2012

Yoshizo cafe

Siamo dalle parti di Mitake, dopo Oume, dirigendoci verso la cable car che, inerpicandosi sul fianco della montagna, ci porterà alla meta che non ho mai capito quale sia, ma ci sta un tempio dove tutti portano i cani a pregare per la loro salute e delle zone panoramiche, diciamo. Ma bando alle ciance. Il pranzo si tiene in questo bellissimo posto.
Tra gli antipasti arriva un crostino con fegato di pollo e marmellata di prugne, immangiabile. Gli altri due erano buoni.
Ma il piatto forte è la pizza. Dicono che sono fieri della loro pizza perché si fanno arrivare la mozzarella dall'Italia.
Poi però metà della pizza è con maionese al posto del formaggio.
Inoltre portano condimento: sale, olio d'oliva e aceto balsamico. Così, nel caso la pizza non fosse molto saporita.
 Vabe'. Amen.

mercoledì 22 febbraio 2012

Ramen Menzo

Oggi mi sono defilato dalla ditta per andare a una riunione di un comitato di cui faccio parte, uno di quei comitati in cui si decidono le sorti del Giappone. Per pranzo dovevo rifarmi dalla delusione dei ramen di Kashimaya, e quindi avevo deciso di tornare da Daijo. Non ricordo se ho parlato dei ramen Daijo, ma in questo periodo sono un po' troppo impegnato perché sto cercando di organizzare la mia dipartita da questo luogo di perdizione.  Ma dobbiamo parlare dei ramen Daijo.
Il locale era pieno e non sono entrato. Allora parliamo dei ramen Menzo, il locale dove ho ripiegato. Era la seconda volta.
Quasi contemporaneamente è entrata una signorina niente male con i capelli rossi, accompagnata da una signora giapponese sulla sessantina che forse doveva essere la suocera o la nonna adottiva.
Ero troppo interessato a controllare se la rossa era capace di risucchiare i ramen correttamente, perciò mi sono girato dalla sua parte e l'ho osservata tutto il tempo.
Non aveva lo stile tipico dei giapponesi che mangiano, ma risucchiava i ramen con uno stile che ricordava qualcos'altro in cui doveva essere molto più esperta. Non volevo scriverlo per forza, ma era proprio così.
Dei miei ramen non me ne fregava più niente; ricordo solo che non mi sono piaciuti come l'altra volta e che non mi sono bastati, tanto che ho dovuto compensare con due tramezzini e un gelato.
Per la cronaca, la foto è questa. Trattasi di miso ramen.
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